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Omaggio a
Ernesto Bonino
nel 94° anniversario della nascita
16 Gennaio 2016
Contributi inseriti in ordine di arrivo
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Paolo Piccardo
Bonino nacque nel posto sbagliato.
Mi sento di fare questa affermazione perché è evidente che un cantante con il
suo stile che nasce in Italia nel 1922 non può fare a meno di trovarsi una carriera
potenzialmente a livello di un Sinatra – irrimediabilmente sbarrata da un regime nemico
dell’innovazione in genere, e di quella musicale in particolare.
Durante il fascismo, comincia a maturare la “canzone all’italiana”, carat-terizzata
da un’esecuzione e una struttura formale a metà strada fra la “romanza” e la “ballata” di
tradizione folklorica. Tale stile influenzerà a lungo la nostra tradizione canora e i suoi
divi: da Oscar Carboni a Claudio Villa, da Giorgio Consolini a Luciano Tajoli, fino ai
più recenti Al Bano e Andrea Bocelli.
Ciò che prevale, nel suddetto genere musicale, è un sentimentalismo
melodrammatico, tipico della canzone italo-napoletana di fine Ottocento e primo
Novecento, le cui origini risalgono alle feste di Piedigrotta. La grande fortuna che tale
canzone conosce «durante il Ventennio fascista si deve al fatto che, pur in assenza di un
genere specifico del regime, esso tende a promuovere quelle opere che esaltano i buoni
sentimenti e la laboriosità degli italiani. Si pensi al successo di canzoni strappalacrime
come Mamma di Bixio-Cherubini o Balocchi e profumi di E. A. Mario, portata al
successo da Luciano Tajoli» (dal saggio di Roberto Leombroni Gli anni del fascismo e
della radio, 2011).
Non solo: Bonino possiede uno stile naturale lontano da quello dei suoi colleghi
provenienti dalla lirica (Gigli, Schipa, Felicioli e altri) o da quello dei normali cantanti
nella media (Masseglia, Montanari, ecc.). Ad un primo ascolto, infatti, Ernesto rivela
una scioltezza nel fraseggio sincopato a dir poco unica e, secondo la mia opinione,
persino più swingante della “corazzata” Natalino Otto.
Viene quindi da chiedersi cosa avrebbe potuto fare in un paese musicalmente più
libero, dove i cantanti “pop” (per l’epoca) si chiamavano appunto Sinatra, Crosby,
Perry Como e così via.
Nel 1954 la RCA americana pubblica alcuni 45 giri di Bonino recensiti da
«Billboard», ad esempio il 13 novembre 1954:
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“Il ragazzo ce la può fare, se pubblicizzato a dovere”. Beati americani, ma si noti
il complimento implicito: il fatto che la pronuncia di Bonino sia buona. Quello che
manca ai nostri cantanti per sfondare in un mercato come quello americano è proprio la
scarsa visibilità, lo scarso appoggio delle case disco-grafiche nostrane.
Bonino si cimenta anche col repertorio in lingua spagnola, destinato ad un
pubblico sudamericano, dove la tradizione italiana trova molto seguito. I risultati sono
notevoli, basti ascoltare una qualunque delle sue canzoni di quel genere: Noche de
Lluvia ne è un bell’esempio [
https://www.youtube.com/watch?v=7Hci4SImo_A
].
Ernesto Bonino, star internazionale, qui con Joséphine Baker e con Duke Ellington.
In Italia la sua popolarità si affievolisce col cambiare dei gusti musicali. Un
tentativo al Festival di Sanremo 1962 con la canzone Gondolì gondolà, in coppia con
Sergio Bruni, ottiene il terzo posto, davanti alla coppia Villa-Modugno e Milva-Bruni.
Tuttavia all’ascolto la canzone si rivela un pessimo valzerino, che sicuramente Ernesto
ha dovuto digerire per forza, giurando di non tornarci più. Ma Sanremo è celebre per
queste cose. Io tu e le rose e il dramma di Luigi Tenco sono solo 5 anni avanti nel
futuro.
Rivediamo Bonino a volte in meravigliosi programmi televisivi degli anni 70.
Mi viene in mentre Milleluci del 1974 dove, nella puntata dedicata alla radio, assieme
ai Cetra, Nilla Pizzi, Jula de Palma e Gorni Kramer, egli esegue una cavalcata di
successi con una voce brunita dal tempo, ma ancor più affascinante. È una
puntata,imperdibile, anche perché compare Rabagliati in duetto con Mina: il Grande
Raba” era morto nove giorni prima della messa in onda della prima puntata dello
spettacolo, per cui il suo si può definire un contributo postumo.
[
http://www.raistoria.rai.it/articoli/milleluci-festeggia-mezzo-secolo-della-radio-italiana/25694/default.aspx
]
Poi Bonino viene dimenticato (lo evidenzia bene questo interessante blog del
2008, che puntualizza la sprezzante indifferenza della Rai verso la sua scomparsa:
http://cverdier.blogspot.it/2008/04/ernesto-bonino-le-canzoni-di-un.html
), al punto da dover necessi-
tare del Fondo Bacchelli per sopravvivere.
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Ma questo grande artista rimane indelebile nella nostra memoria di
appassionati.
Ciao Ernesto!
Roberto Berlini
La maniera moderna ed Ernesto Bonino
Non ritengo che sia del tutto sbagliato il detto che afferma “l’abito non fa il
monaco”. Il vestito ci copre, si mostra e non mostra.
Voi ora vi direte: “Ma questo Roberto ci vorrà parlare di musica, o no?” Non
temete, abbiate solo un po’ di pazienza! Quando si parla di musica viene spontaneo
l’uso di metafore, perché la musica è qualcosa che si sente e non si vede. Questo vale
anche, a mio avviso, per gli artisti che l’hanno fatta grande: esecutori e interpreti.
A detta di chi l’ha conosciuto, Bonino è stato una persona simpatica e generosa,
di bell’aspetto (ne sono testimoni le numerose foto che lo ritraggono), ma allo stesso
tempo piuttosto timido. Bene, non voglio parlare di tutto questo! Voglio parlare del suo
vestito, la sua meravigliosa voce! È per me stato un onore, in tempi recenti, poter
parlare di Bonino al Festival della Canzone Jazz di Sanremo, e sono altresì contento,
che un’iniziativa di tale livello, abbia riconosciuto l’importanza di questo interprete.
Bonino è stato infatti il primo cantante italiano pienamente “moderno”, nato da
quel percorso in salita che sono stati gli anni Trenta. Posso con tranquillità affermare
che sia nata prima la canzone moderna e poi i suoi cantanti. Caruso, all’inizio del
secolo scorso, cantava canzoni, ma la sua impostazione proveniva dal teatro, dall’opera.
Poi vi è stato Rabagliati che come afferma la canzone a lui cucita addosso Quando
canta Rabagliati fieramente cantava muovendo il ditino al cielo e aggiungendo:
“Mentre questo Tito Schipa non lo fa!”. Sì, cari lettori, Tito Schipa non lo faceva! “Ma
cosa?” vi direte “muovere il ditino?” Quello che non faceva Schipa e che faceva
invece Rabagliati, era di cantare il moderno in modo moderno.
Tuttavia vi era ancora in Rabagliati la possanza del tenore, che non solo si
esprimeva nel fisico, ma anche nella voce. Bene, qui arriva Ernesto Bonino! Voce agile
e scattante, duttile al melodico quanto al sincopato. La più grande innovazione musicale
degli anni Trenta è stata indubbiamente l’armonizzazione vocale: manifestatasi con la
nascita di tante formazioni vocali, molte di talento. Una voce, quella di Bonino, a cui
associo perennemente il termine “moderno”, non poteva non dialogare con questa
nuova figura. I duetti tra Ernesto Bonino e il Trio Lescano rappresentano l’apice della
canzone italiana! La vetta conquistata dopo una vertiginosa salita, ai quali seguirono
quelli con il Duo Fiorenza ed il Trio Aurora.
Caro all’operetta è stato il duetto d’amore tra due amanti e anche nella canzone
questa formula non si è vista cambiata… fino a Bonino! Pensiamo a Crivel con Ines
Talamo, all’inizio degli anni Trenta, in Amore sui tetti, così ancora di matrice classica,
pur accompagnati da un agilissimo Ferruzzi [
https://www.youtube.com/watch?v=j4QARfuv82w
].
Nella seconda metà di quel fortunato decennio, troviamo ancora Crivel (questa volta
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con Lita Manuel) in Signorina grandi firme cantare il quel modo, molto più vicino al
teatro che al microfono [
https://www.youtube.com/watch?v=jCIa3bQRu5s
]. Troviamo chiaramen-
te, nel confronto con la medesima canzone interpretata da Carlo Moreno e il Trio
Lescano, le differenze che costituiscono questo modo moderno di interpretare, dove
Bonino sarà protagonista indiscusso con la Fioresi.
Silvana Fioresi ed Ernesto Bonino, al tempo della loro
collaborazione artistica, nonché chiacchierata love story.
Apparentemente di stampo folkloristico sono i duetti tra questi due cantanti:
dietro valzer ed organetti vi è il palpito di una nuova sensibilità, quella stessa che
avverto in Pastorella abruzzese [
https://www.youtube.com/watch?v=fxhWwA8lP2k
], con il Duo
Fiorenza. A quel tempo, cioè nei primi anni Quaranta, che fecero di Bonino un
πορφυρογέννητος (in italiano porfirogenito, letteralmente “nato nella porpora”), si
colloca il suo periodo più felice dal punto di vista artistico.
Ma allora il jazz era cosa ben diversa da oggi: non si doveva urlare per farsi
sentire, il jazz era armonia. Questa nuova musica non era alla ricerca di una sua
identità, autoglorificandosi e autoreferenziandosi, ma vagava ora qui ora lì. Sperimen-
tando i luoghi e le posizioni migliori dove nell’universo musicale potesse meglio
apparire. Il jazz si è rivelato maturo e fiero, benedicendo suo figlio Bonino e donando, a
quanti volessero sentirlo, la beatitudine di godere dell’Arte.
Aldo Cuneo
Immagino che il ‘contributo’ possa essere costituito anche da dei file audio. Per
non riproporre brani da 78 giri che quasi tutti conoscono, ho trovato dei pezzi su un cd,
con registrazioni effettuate a La Habana nei primi anni ’50 (del secolo scorso...). In rete
non li ho visti (mentre altri, dallo stesso CD, sono già presenti) e quindi potrebbero
essere delle ‘novità’.
Per questo ne allego tre: Gracias a , Mi teléfono e Tú, tú, tú. Il primo brano è la
versione in spagnolo di Grazie dei fiori.
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http://www.trio-lescano.it/incisioni/Ernesto_Bonino,_Gracias_a_ti.mp3
http://www.trio-lescano.it/incisioni/Ernesto_Bonino,_Mi_telefono.mp3
http://www.trio-lescano.it/incisioni/Ernesto_Bonino,_Tu,_tu,_tu.mp3
Il CD da cui sono tratte queste tre incisioni di Ernesto Bonino in ispano-americano.
Antonio Mastrorocco
Sono vissuto nel periodo d’oro (almeno per me) della storia della canzone
italiana, gli anni Quaranta, e con piacere cercherò fra i miei ricordi quelli che mi legano
alla radio di quell’epoca.
Inizierò dal 1941 (avevo solo 12 anni), anno in cui l’apparecchio radio entrò
trionfalmente nella nostra casa, dopo aver nervosamente e pazientemente bazzicato per
un po’ dietro la “radio a galena”. Eravamo in guerra, è vero, ma quel periodo lo
considero tuttora il pbello della mia vita, legato com’è alla mia adolescenza, alla
gioia di vivere, alla mia ingenua scanzonatezza! Mi mettevo religiosamente seduto
accanto alla mia “Superla 532” e sognavo, sognavo ad occhi aperti. Il settimanale che
non mancava mai in casa era il «Radiocorriere», unica guida utile per l’ascolto
radiofonico. Allora le orchestre trasmettevano in diretta e sul giornale trovavo tutto ciò
che mi interessava: titoli di canzoni, nome degli autori, curiosità varie, foto dei cantanti
le cui voci ci giungevano attraverso l’etere, ed era per me una gioia immensa ogni volta
che l’acquistavo, tanto da divorarmelo tutto strada facendo per tornare a casa. Ah se
allora fossero esistiti i registratori, ora sarei padrone di tutto quel mondo che sognavo!
Angelini, Barzizza, Zeme, Spaggiari, Vaccari, Strappino, Segurini, Petralia, Filippini e
quanti altri ancora erano i nomi dei direttori d’orchestra che si alternavano con
frequenza ai microfoni dell’Eiar di allora.
Ne 1941 ebbi la fortuna di seguire un giovanissimo Bonino che debuttava in uno
dei famosi “Concerti Cora”. Cantava – se non erro – Tango argentino. Sulle prime quel
suo modo di cantare non mi entusiasmò affatto, ma poi ascoltandolo tante altre volte
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diventai un suo accanito fan”. Scoperto dal Maestro Carlo Prato, Bonino per tutto il
1941 ed anche un po’ del ’42, cantava sempre in diretta sotto la magica direzione del
grande Pippo. Suoi compagni erano Silvana Fioresi, Norma Bruni, Oscar Carboni e il
Trio Lescano. Il suo stile sempre gioviale, allegro, moderno, sincopato (come lo
definivano allora) mi conquistò subito; da Bellezza mia a Se fossi milionario, da
Cicocita a Macariolita, da Mani di velluto a Maria Gilberta, da Fischia il vapor a
Canta sirena, da Graziella a Mille difetti, dalla Signorina Ticchettì a Giacobino il
bello, da Conosci mia cugina? al Giovanotto matto e via via con tanti altri successi. Il
suo sodalizio con le Lescano (ben 20 incisioni!) e con la Fioresi (13) fu il “non plus
ultra” ! Guadagnava già allora 1750 lire al giorno (una fortuna per quei tempi), tanto da
decidere di lasciare la radio e dedicarsi ai concerti e a varie tournée in giro per l’Italia,
con l’Orchestra Ritmo-sinfonica del Maestro Alberto Semprini. Il suo posto alla radio
venne preso da Silvano Lalli prima e poi da Aldo Donà.
Tutte le canzoni che lui lanciava anche solo attraverso i dischi ottenevano un
successo immediato, tanto che dopo questa drastica decisione, a spron battuto la Cetra
lo utilizzò al massimo. Per queste incisioni si avvaleva (oltre che di Barzizza, sempre in
prima linea) di Angelini e Zeme. Quante canzoni lanciate ai microfoni da altri cantanti
venivano affidate alla sua voce: si veda Profumo d’amore e Mi parla il cuore del
repertorio di Norma Bruni, Senza rossetto, Tra i glicini in fiore, Nanni Nanni, Viaggio
di nozze, Mandorli in fiore e Barcellonita del repertorio di Tina Allori e Sorrentina
lanciata da Aldo Donà e incisa da entrambi, ecc. ecc. Fece coppia due volte con Dea
Garbaccio in Impara a cantare e Violette nei capelli e tre volte con Lina Termini in
Vieni sul mar, La canzone della strada e Se la luna. Suoi rivali erano Rabagliati e
Natalino Otto, che lottavano per disputarsi il titolo di “Mister Ritmo” (o “Mister
Swing”).
Però, oltre al sincopato, il nostro Ernesto se la cavava abbastanza bene nel genere
più lento, più romantico come in Ce soir, Non sapevo d’amarti tanto, Bambola,
Cercavo una bambina, Biancamaria, Antonietta (tutti brani dolcissimi) e Non passa
più, Perdizione, Canzone a una triestina (brani appassionati). Brioso e pieno di vita,
Bonino fu il vero astro della canzone italiana di allora.
Non passa più, uno dei maggiori successi di Ernesto Bonino:
https://www.youtube.com/watch?v=ZZisddSVO5A.
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Nel primo dopoguerra la sua attività subì un rallentamento. Poche le tournée, non
restavano che i dischi. Nel 1945 lo troviamo ospite di Radio Roma in “Arcobaleno” e a
Radio Bari ospite soltanto per due giorni dell’Orchestra del Maestro Carlo Vitale, ma in
collegamento con tutte le stazioni del Nord. Nel 1947 inizia una lunga tournèe nei paesi
dell’America Latina, passando poi negli States nel 1952, dove viene presentato con lo
slogan L’astro italiano della canzone internazionale”, paragonandolo a Sinatra e
Crosby. Bonino sorrideva: “Io non somiglio a nessuno. Ho il mio stile e basta. Non
copio e imito nessuno. Sono italiano e resto italiano, anche se canto in cinque lingue”.
Due parentesi, una nel 1955/56 partecipe della rivista “La granduchessa e i camerieri”
con Wanda Osiris, tornando in radio con l’orchestra di Gorni Kramer al fianco di Jula
De Palma, e una nel 1959/60 in TV partecipe di “Canzoni alla finestra”, “Quattro passi
fra le note” con il Maestro Nello Segurini e al “Festival di Velletri” e alla “Sei giorni
della canzone”. Nel 1962 lo troviamo a Sanremo dove presenta Gondolì gondolà (che
rimase al secondo posto della Hit Parade per 13 settimane).
Mandolino di Gondolì gondolà:
https://www.youtube.com/watch?v=BwBvc_1wX8E
.
Frattanto, divorziato dall’attrice americana Roz [Roselyn] Vallero (che aveva
sposato in America e gli aveva dato nel 1957 un figlio, Steve) e tornato in Italia, venne
in seguito operato alle corde vocali, intervento che non gli consentì più di cantare. Fu
ugualmente ospitato in TV da Renzo Arbore per lo show Cari amici vicini e lontani
(1984), ma non lo sentimmo cantare. Nel 2001 viveva con una misera pensione di un
milione e mezzo di lire, e fu perciò costretto a chiedere un sussidio al Comune di
Milano e allo Stato, grazie all’applicazione della Legge Bacchelli. Ospite infine, dal
2003, della “Casa di Riposo G. Verdi” di Milano, si spense il 29 Aprile 2008. A noi
resta per sempre il ricordo della sua voce, grazie ai suoi numerosi dischi.
Riposa in pace, caro e indimenticabile Ernesto!
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Vito Vita
Questo mio scritto su Bonino parte da un episodio raccontato da Luttazzi per un
excursus che lo collega alla storia della musica leggera italiana.
Lelio Luttazzi ha raccontato più volte questo episodio. Siamo a Trieste, nel 1943,
e Lelio è un giovane studente di giurisprudenza. appassionato di jazz: suona il
pianoforte e si diverte a comporre qualche canzone. Una sera ha modo di esibirsi con il
suo complessino (formato da compagni di Università) prima della serata di uno tra i più
noti divi della radio, il torinese Ernesto Bonino, appunto. Il cantante ha modo di
ascoltare un motivetto che Lelio ha appena scritto, e gli chiede di mandargli lo spartito
perché gli è piaciuto molto, lo ha trovato interessante e vuole inciderlo. La canzone è la
celeberrima Il giovanotto matto, e Bonino mette in luce, in questa occasione, anche
delle doti di talent-scout, contribuendo al lancio della carriera di Luttazzi.
Nel ’43 Bonino era già un cantante affermato, con alcuni brani di successo tra cui
i più noti erano Se fossi milionario, A zonzo e Conosci mia cugina? (tutte reinterpretate,
anche recentemente, da vari artisti). Era stato scoperto dal Maestro Carlo Prato, come
altri suoi colleghi del periodo (tra cui, come sappiamo, il Trio Lescano), e aveva avuto
subito successo grazie sia al suo modo di cantare moderno (come Rabagliati e Natalino
Otto), sia agli arrangiamenti (curati per lo più da Pippo Barzizza) e sia infine al suo
repertorio, spesso spiritoso e umoristico, sulla cui scelta (come testimonia l'episodio
raccontato da Luttazzi) Bonino doveva evidentemente aver voce in capitolo, grazie alla
notorietà che aveva raggiunto.
Con le Lescano egli incise parecchie canzoni, di cui la più nota è sicuramente La
famiglia canterina, del 1941; allo stesso periodo (circa tre anni) risalgono altre incisioni
di successo come Pinocchio e la bambola, Cantando sotto la luna, Maria Luisa, Canto
nostalgico. Il suo modo swingato di cantare risulta particolarmente adatto alle
armonizzazioni delle voci delle Lescano: lascio ad altri le analisi più tecniche, quello
che è invece interessante dal punto di vista storico è l’estrema modernità di questi
brani, sotto tutti i punti di vista, cosa che risulta ancora più evidente se pensiamo a
quello che è stata la musica leggera italiana nel secondo dopoguerra.
Ascoltando infatti le canzoni di maggior successo dei primi anni ’50, ad esempio
quelle lanciate dal Festival di Sanremo, così legate alla tradizione melodica di
derivazione lirica o alla tradizione napoletana, non si può non considerare che, in quel
periodo, la musica leggera italiana aveva fatto dei passi indietro rispetto ai due decenni
precedenti. La canzone sincopata aveva tracciato un sentiero che, se fosse stato
percorso, avrebbe senza alcun dubbio svecchiato la musica italiana; bisognerà invece
attendere, nella seconda metà del decennio, l’avvento di Buscaglione, Carosone e
Modugno per riprendere quel filo interrotto e far camminare per strade nuove la
canzone della penisola.
Ernesto Bonino, dopo un periodo di successo maggiore all’estero che in Italia
(con tournée in Europa e nell’immancabile Sudamerica) nel 1962 parteciperà per
l'unica volta al Festival di Sanremo con Gondolì gondolà, scritta non per caso da
Renato Carosone. Ma ormai The Times They Are a-Changin’, e soltanto sei mesi dopo
in Inghilterra la Parlophone pubblicherà Love Me Do, canzone di un quartetto di
sconosciuti ragazzi di Liverpool.
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https://www.youtube.com/watch?v=QqvUz0HrNKY https://www.youtube.com/watch?v=Jbt8oH5Lxto
Bonino però farà ancora in tempo a vedere, almeno in parte, la riscoperta della
canzone swing e sincopata degli anni ’30 e dei primi anni ’40, partecipando a
trasmissioni televisive come “Milleluci”, con Mina e la Carrà, e “Cari amici vicini e
lontani” di Renzo Arbore, che regalerà a molti artisti dell'epoca l'opportunità di esibirsi
in televisione per un nuovo pubblico (io stesso credo di averlo ascoltato per la prima
volta in quell’occasione, a diciott’anni, e di esserne stato colpito): e il fatto che a
decenni di distanza ancora ricordiamo Bonino e le sue canzoni è senza dubbio un
segnale del suo valore artistico.
Lele del Gatto [Gabriele Brunini]
Ecco il mio personale contributo su Ernesto Bonino, artista che ho sempre
ammirato incondizionatamente. Conto di essere partito da uno spunto perlomeno non
banale nell'imbastirne un sintetico ricordo, anche se ben altro meriterebbe un tale
artista. Penso, comunque, che l’insieme degli apporti degli altri amici sarà per ora di
certo sufficiente a tratteggiare almeno gli aspetti principali della sua parabola artistica
ed umana.
Plaudo all’idea del Curatore di ricordare questo grande Italiano.
Anni addietro, tra gli appassionati melomani, era di un certo uso la locuzione
“voce esotica” per indicare un tipo di voce non inquadrabile nei più condivisi stilemi di
attrattiva timbrica: magari non propriamente bella, ma contraddistinta da qualche tratto
che la rendesse immediatamente riconoscibile, meglio se sorretta da qualche abili
tecnica non comune. Fuori dell’àmbito melodrammatico, non ho mai conosciuto altro
cantante che più di Ernesto Bonino potesse corrispondere a questa sintetica definizione.
Della leggendaria triade maschile formata da Alberto Rabagliati, Natalino Otto e
appunto Bonino, che dominò la scena nel periodo d’oro dei ritmi sincopati, vale a dire
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gli anni a cavallo dell’ultima Guerra, quest’ultimo aveva sicuramente il timbro in
meno attraente, non potendo vantare la straordinaria levigatezza di Natalino, i
maliosi centri ombreggiati di Rabagliati; e forse l’uno e l’altro lo superavano in qualche
serrata esibizione di virtuosismo “scat”. Ma complessivamente Bonino cedeva poco o
nulla ai colleghi per musicalità, prontezza, senso del ritmo, capacità di dosare i fiati per
sostenere lunghissime frasi; e poi, quella sua voce così particolare pareva sempre
galleggiare su di un sorriso, esprimendo una contagiosa freschezza di gioventù. Il che
mi spinge a ricordare la straordinaria precocità di questo artista che, nato nel 1922,
prima dei diciott’anni era già un cantante professionista, ed entro i 20 aveva g
all’attivo un gran numero di fortunate incisioni discografiche, incluse ben 20 in cui fu
affiancato dall’altra non meno mitica Triade stavolta femminile che rispondeva al
nome delle Sorelle Lescano.
Non è qui il caso di passare in rassegna tutte le canzoni che videro la
collaborazione tra Bonino e il trio italo-olandese, alcune delle quali furono dei successi
strepitosi, come La famiglia canterina e Maria Luisa. Mi soffermerò solo su una delle
meno ricordate ma che trovo ancora oggi irresistibile: Come fanno i pesciolini, del
1942, in cui il cantante torinese, sostenuto dalla strepitosa orchestra diretta da Pippo
Barzizza, mette in mostra tutte le sue più belle qualità, sulle quali non voglio ritornare
per non ripetermi. Si noti solo con quale disinvoltura e chiarezza di dizione si destreggi
in una canzone che sembra facile solo perché l’esecutore supera con nonchalance ogni
difficoltà, dominando tra l’altro una tessitura piuttosto scomoda, sulla quale qualsiasi
cantante attuale colerebbe a picco dopo un paio di frasi.
https://www.youtube.com/watch?v=6y85pdK8t4s
Nel dopoguerra Bonino restò sulla breccia cogliendo ancora qualche buon
successo, indirizzandosi verso un repertorio di raffinato crooner melodico, complice il
fatto che le predilette canzoni ricche di swing erano ormai passate di moda o s’erano
alquanto annacquate. Negli anni Cinquanta svolse varie fortunate tournée all’estero,
incidendo molti dischi in spagnolo e in inglese, lingue che come si sa padroneggiava
perfettamente. L’ultimo momento di vera notorietà nazionale lo colse nel 1962, parte-
cipando al suo unico Festival di Sanremo e conquistando un non disprezzabile terzo
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posto interpretando l’ultima composizione di successo della coppia Nisa-Carosone, vale
a dire Gondolì gondolà, canzone dai toni un po’ melensi che forse non gli si adattava
granché, e che in effetti se poi divenne famosissima (ancora oggi è infatti immancabile
nelle “serenate” veneziane in gondola a uso dei turisti) non fu certo nella sua interpre-
tazione.
In seguito Bonino, come altri colleghi, svolse un’attività di secondo piano nei
circuiti un po’ malinconici della nostalgia”, apparendo di tanto in tanto in qualche
programma televisivo. Ma la voce non era più quella di un tempo, e certe esibizioni
lasciavano purtroppo presagire i problemi di salute che a metà degli anni Ottanta lo
portarono a perdere, se non la voce, la capacità di cantare.
Se non ci avesse lasciato nel 2008, Ernesto Bonino compirebbe in questi giorni
94 anni. Ma nel mio ricordo continuerà ad avere quei miracolosi vent’anni di quando
intonava «Ma come fanno i pesciolini a far l’amore / se son muti e non si possono
parlar…», donando in quel tragico 1942 qualche momento di spensieratezza a chi
ascoltava dalla radio o dal grammofono di casa quella sua cara, inconfondibile, entu-
siasta voce esotica” che dopo tanto tempo non finisce di trasmettere un’infinita
allegria, beneficando anche noi ascoltatori di un tempo forse meno clamorosamente
tragico, ma che non manca di indicare, sull’orizzonte del futuro, l’addensarsi di nubi
tutt’altro che rassicuranti.
Manuel Carrera
So che potrei deludere molti amici lettori, ma devo essere assolutamente sincero.
Pur apprezzando molto in Ernesto Bonino le doti di cantante straordinariamente ricco di
swing (in anni in cui ben pochi lo erano!) e anche quelle di elegante crooner, non trovo
ahimè particolarmente gradevole il suo timbro di voce. Ma lo ammetto subito e senza
difficoltà si tratta di una mera e personalissima questione di gusti: e si sa che de
gustibus... Il fatto è che sono molto selettivo in materia di timbri vocali: mi fanno
totalmente impazzire le Lescano, Rabagliati e Norma Bruni, ma molti loro colleghi mi
trovano un po’ tiepido, come nel caso di Bonino, o decisamente freddo, come nel caso
della Fioresi.
Tuttavia, trovo giustissimo ricordare Ernesto Bonino, soprattutto per il ruolo che
ha avuto nella storia della canzone italiana. Evidentemente aggiornato alla musica
americana a lui contemporanea, egli è riuscito, con grande scioltezza, a infondere il jazz
anche nelle canzonette più insulse, contribuendo a educare gli italiani alla modernità
(che ricordiamolo non erano poi così bacchettoni come spesso vengono
tratteggiati). Non a caso, una volta finita la guerra, fu tra i pochi a rimanere sulla cresta
dell’onda, perché il suo modo di cantare “swingato”, già evidente negli anni dell’Eiar,
contribuì a soddisfare la sete di America del pubblico, ansioso di aggiornarsi e... di
voltare una buona volta pagina.
A tal proposito basta dare un’occhiata alle riviste degli anni dell’immediato
dopoguerra: gli articoli e le copertine erano in gran parte dedicate ai divi d’Oltre-
oceano. Il Grande Raba, in un’intervista per la trasmissione “Special oggi” del Luglio
13
1973, ricordava quel periodo citando, tra gli altri, proprio Bonino e una delle sue più
celebri canzoni. Penso che sia una fonte particolarmente degna di nota, perciò la
riporto: «L’immediato dopoguerra determinò un nuovo boom per i cantanti di guerra:
Dea Garbaccio si rifece viva con Amor, amor, amor, Ernesto Bonino canla prima
canzone di Luttazzi, Il giovanotto matto, e Natalino Otto lanciò quell’enorme successo
che diceva “solo me ne vo’ per la città…”. Anche Carlo Buti si riaffacciò ai microfoni e
qualche nome nuovo cominciò la sua carriera, come Bruno Pallesi. E io? Io intonavo le
note di quella dolcissima canzone che diceva “buonanotte, angelo mio…”».
https://www.youtube.com/watch?v=jOitB-_XCuk
Ringrazio dunque il Curatore per la bella idea che ha avuto di celebrare e
ricordare coralmente un artista come Bonino: è una di quelle idee che mi trovano
sempre entusiasta, anche quando l’artista omaggiato non è proprio nelle mie corde.
Simone Calomino
Non ho voluto inserire, in questo mio contributo, troppi pareri personali o
considerazioni su “Bonino e l’evoluzione della musica italiana”: non sono un
musicologo e non pretendo certo di diventarlo per l’occasione. Ho invece voluto
raccontare Bonino così come si raccontava lui: la prima parte si ispira all’intervista
fattagli da Stefania Riccio. Spero che questo “taglio” non dispiaccia ai lettori.
Inoltre, dato che le mie parole possono non avere un gran valore, ho allegato
qualche “gemma preziosa” che potrà essere inserita nel mio articolo: sono foto
assolutamente inedite, provenienti dall'Archivio Fioresi. Ho acquisito e riorganizzato
questo materiale a mie spese e mi piacerebbe, come minimo, che mi venisse
riconosciuto qualche merito nel fatto di volerle condividere con tutti.
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Quel “Giovanotto matto” di Bonino
Fra quei “divi senza volto” che a noi amatori del sound frusciante dei 78 giri
sono tanto cari, Ernesto Bonino ha senz’altro un posto d’onore. Lui e Rabagliati sono
stati per la radio ciò che Nazzari e De Sica erano nel cinema dei telefoni bianchi: i divi
indiscussi. E, in effetti, la popolarità raggiunta e mantenuta per tutta la sua vita ne è una
dimostrazione. E pensare che nessuno avrebbe mai immaginato che, un giorno, quel
bambino che prendeva il battipanni della mamma, magicamente divenuto una chitarra,
e faceva il piccolo divo, avrebbe stretto fra le mani la lucente asta di un microfono
dell’Eiar. Nonostante le condizioni familiari non certo agiate, quelli dell’infanzia
furono tempi spensierati per il piccolo Ernesto, che giocherellava fra le ceste di frutta
della bancarella della mamma, per poi correre a casa di un amico giornalista che gli
faceva ascoltare Crosby e la Fitzgerald.
E poi, la guerra. Ernesto, armato di buona volontà, decide di partire volontario.
Aveva 18 anni e l’energia sufficiente per sostenere quella “Marcia della Gioventù” che,
da Varazze sino a Vicenza, aveva fatto sfilare tanti giovani come lui davanti a una folla
di italiani in festa. che ancora non sapeva ciò che la guerra avrebbe comportato. Non fu
sicuramente una piacevole passeggiata: come dunque impiegare tutto quel tempo in
maniera proficua? Con Bonino marciava un altro giovanotto che in futuro avrebbe fatto
parlare di sé: Leo Chiosso; con lui ed altri tre “marciatori”, Bonino mise su un quintetto
vocale e, fino a destinazione, non ebbe modo di annoiarsi.
Terminata la marcia, i cinque giovani lo erano fin troppo, per andare in guerra
senza il permesso dei genitori ritornarono a Torino e decisero di continuare a esibirsi.
Finché una sera, al teatro Carignano, nel pubblico c’era anche Carlo Prato che si
accorse di quel bel giovanotto magro, che cantava con tanta passione, e se lo portò a
casa. Bonino sostenne un’audizione in Eiar e fu subito scritturato: qualche lezione di
dizione, poche dritte del geniale Maestro Prato… e poi subito davanti al microfono! E
proprio davanti al microfono, Ernesto conosce Silvana La Rosa, in arte Fioresi, un
giovane astro della musica leggera che diventerà sua partner fissa di quel periodo, in
arte così come in amore.
Tantissimi successi: fra giovanotti matti, cugine seducenti e famiglie canterine,
Bonino si conquistò un’immensa schiera di ammiratori; non per nulla, su internet
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circolano centinaia di sue cartoline autografate di quell’epoca, con il timbro dei
maggiori studi fotografici dell’epoca, a dispetto di quei suoi meno fortunati colleghi di
cui tuttora non si trova nemmeno una foto. Poi, nel 1947, la partenza per l’America,
quella terra da lui tanto sognata e desiderata, che poté dargli ancora molte
soddisfazioni. Forse che, come dice nella sua Songo Americano (Orchestra Nicolosi,
RCA, 1955:
https://www.youtube.com/watch?v=RNEHE0QEgrI
), la cicogna alla sua nascita abbia
sbagliato continente?
Tornato in Italia con qualche anno di più e una voce decisamente più scura (ma
sempre piena di swing!), continuò a calcare i palcoscenici della penisola, sebbene un
po’ in sordina, sino al ritiro dal microfono negli anni ’70. Poi nel 1986 un’operazione
gli portò via definitivamente la sua bella voce canterina, ma non la simpatia, la
spigliatezza e la forza vitale che sino all’ultimo lo hanno accompagnato.
Di Bonino si dice che fosse un “timidone”, ma anche un instancabile latin lover.
Una versatilità che aveva nella vita come nella musica: la sua discografia è un costante
andirivieni dal fox lento (Ascolta il vento) alla canzone swingata (Se fossi milionario),
dal tango (Non passa più) al valzer campagnolo (Pastorella abruzzese). Negli ultimi
anni il suo cavallo di battaglia era Buonasera signorina di Fred Buscaglione.
Una voce unica quella del Bonino dell’era della radio: incredibile estensione,
intonazione impeccabile, tono squillante, carica e grinta da vendere ma anche, quando
richiesto, dolcezza e sentimento. Amatissimo dal pubblico: si pensi alla volta in cui, a
Torino, uscito dall’Eiar, fu assalito da una folla di ammiratrici che cominciarono a
strappargli i vestiti di dosso e lui, pur di non restare in mutande, si diede alla fuga.
Ecco, sarebbe bello conservare il ricordo di Ernesto Bonino come dell’eterno
giovanotto simpatico e giocoso: il quale, mentre sognava l’America, cambiò l’Italia con
la sua musica.
https://www.youtube.com/watch?v=vDeZcSjgGZI
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Virgilio Zanolla
Bonino e la babele canora
Chi è più vocalmente dotato di un cantante? Nessuno, credo, nemmeno l’attore di
prosa: perché il cantante non solo deve emettere la voce conferendole timbro e duttilità
espressiva, ma al tempo stesso deve dosarne la potenza in armonia con l’accompagna-
mento sonoro, seguendo il ritmo, molto spesso incalzante, e a volte essendo egli stesso
a stabilirlo...
Un esempio eloquente della bravura dei nostri cantanti di musica leggera lo si
può riscontrare tra la fine degli anni Trenta e il primo dopoguerra, negli anni d’oro
dell’Eiar e nei primissimi Rai, allorché alcuni di loro in sintonia coi testi delle
canzoni che cantavano vennero colpiti da una curiosa epidemia, che imperversò per
almeno un decennio: la babele canora”. I tratti salienti di quest’affezione consistevano
nel repentino utilizzo di parole spezzate e incomprensibili, e in una folgorante e insistita
balbuzie. Per paradossale che ciò possa sembrare, è infatti proprio sotto l’influsso di
questo ”virus” che essi dettero il meglio di sé, mostrando come, anziché esserne pregiu-
dicati, riuscissero ad esprimere le loro qualità vocali a livelli eccellenti.
Nel XXXI capitolo de I promessi sposi, Manzoni fece il nome del soldato
italiano al servizio del re di Spagna che, nell’autunno 1629, portò per primo la peste nel
Milanese; ma nel caso della anzidetta babele canora, non siamo ancora in grado di
stabilire con certezza l’identità del primo cantante nostrano che, contagiato, diffuse nel
mondo della nostra canzone il singolare morbo. Tutto quel che si sa è che, iniziato in
sordina, presto questo si propagò con virulenza e colpì alcuni dei principali artisti.
Tra i primi ad esserne contagiati ci furono le ragazze del Trio Lescano; su di loro,
esso si manifestò una prima volta forse nel 1937, in una canzone che s’annunciava
indecifrabile già nel titolo, Tulilem blem blù di Eros Sciorilli, per la ripetizione di
parole senza senso («Tulilem-tulilem-blem-blù / gula-gula che vende/ blem blù»);
quel ba-ba-balbettìo ebbe così tanto successo che presto, per simpatia... s'infettarono
anche altre canzoni.
https://www.youtube.com/watch?v=5mQO7KCq6WI
L’apice dell’epidemia fu toccato dalle Lescano probabilmente nel 1938, con Non
mi piacciono le mele di Franco Ansaldo e Angelo Ramiro Borrella, cantata con Aldo
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Masseglia («Ma le mele-lle, le mele-lle / non so perché le mele-lle / non po-ppò, non
po-ppò / non posso digerirle-lle»), Vado in Cina e torno di Vittorio Mascheroni e Marf,
alias Mario Bonavita («Vado in Cin-Cin-Cina-Cin-Cin-Cina-Ci»), e Coccodé di Piero
Pizzigoni, cantata con Giacomo Osella («Cocco-cocco-coccodé»); periodiche riprese
del morbo si ebbero anche nel ’39, ad esempio nella versione del solo Trio di Danza
con me di Sciorilli e Giuseppe Rastelli, dove tornarono le parole senza senso («uabada-
badà-uabada-bba-dà»), e soprattutto nel ’40, con Tuli-Tuli-Pan di Maria Grever e Jack
Lawrence, testo italiano di Morbelli («Parlano d’amore i tuli-tuli-tuli-tulipan») e in Ti-
pi-tin di Grever e Michele Galdieri (1940), cantata con Gianni Di Palma ed Oscar
Carboni («Tipi-tipi-tin ohoh / tipi-tipi-ton ohoh»); ma nei motivi delle tre ragazze olan-
desi il virus tornò a manifestarsi anche in seguito.
Nel settembre 1940 fu inciso il famoso Ba… Ba… baciami piccina di Riccardo
Morbelli e Luigi Astore, che attestò come il morbo avesse colpito anche Alberto
Rabagliati: egli infatti cantava «Ba-ba-baciami piccina / sulla bo-bo-bocca piccolina /
dammi tanti-tanti baci in quantità / taran-taran-taran-taran-tatà», eccetera, e buona parte
di coloro che ascoltarono per la prima volta questo brano si chiesero se per caso il
grande Raba avesse inciso il motivo dopo aver salito di corsa quattro piani di scale.
Vennero contagiati le Lescano e Rabagliati, poteva non subire la stessa sorte
anche Natalino Otto? Figuriamoci! Basterebbe ascoltare di suo, in quell’anno stesso, le
Tristezze di St. Louis di William Christopher Handy (testo italiano di Mauro), coi suoi
«birilla-llara lari-a lari-a» e simili invenzioni. O, del ’41, Birimbo-birambo di Sciorilli-
Panzeri-Rastelli. Nel ’42 “il re del ritmo” si superò coi molti «Fa-fa-fa si-si-si mi-mi-re-
do» in Natalino studia canto di Ottavio De Santis e Gorni Kramer, coi «Birimbo
birambo la-ri» in Natalino... canta! di De Santis e Romero Alvaro, gli «Oh-oh» e gli
«Ascolta ascolta» in Ripassando la lezione (Lungo il viale) e i «Lararalla-lla ritmdi
Ritmo per favore, due brani di De Santis, Otto e Claudio Odino. Nel ’44 fu la volta dei
«Lari-a lari-a canta Natalino» in Ritmo per cinque di Tata Giacobetti e Luciano
Zuccheri, e nel ’45 dei «Mi mi mi so si / mi mi mi do si / mi mi mi si la / so si so si la fa
re si mi» ne La scuola del ritmo di Dampa e Panzuti, ovvero di Dante Panzuti, motivo
che l’anno seguente incise anche Rabagliati.
Ma il più ammalato di tutti naturalmente, per colpa dei suoi autori fu Ernesto
Bonino. Un caso quasi disperato, il suo: dopo i «Bum-bum leie» di Se io fossi miliona-
rio di Eugenio Calzia e Cram, alias Mario Ceirano, nel ’41, fu lui stesso, cinque anni
dopo, a confessarci, in A quindici anni di Kramer e Marcello Marchesi: «A quindici
anni dissi ba / a sedici anni dissi be / ed a diciotto, con l’aiuto della zia, / dopo lunga
malattia, dissi ba-be-bi / ba-be-bi / ba-be-bi // A ventun anni dissi bo / ma faticando
anzichenò. / Ed a trentuno / senza aiuto di nessuno / non ricordo come fu / dissi ba be
bi, bi bo bu, bu bu bi bo bu» [
https://www.youtube.com/watch?v=OOpel_a1Z4s
].
Povero Ernesto! Come abbiamo visto, colpito dal morbo fin dalla nascita, se egli
durò molta fatica per superare l’handicap della balbuzie, per fortuna riuscì finalmente a
‘sbrigliare’ la lingua, e lo fece in modo così meraviglioso che... diventò, appunto, Er-
nesto Bonino.
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Alessandro Rigacci
Ernesto Bonino, il gentleman della Canzone Italiana
Prima di iniziare il mio breve ricordo di Ernesto Bonino, vorrei che il lettore
guardasse questo video, tratto dalla trasmissione televisiva Cari amici vicini e lontani:
https://www.youtube.com/watch?v=6QiMSnpx7as
.
Siamo nel 1984, Renzo Arbore celebra, in cinque puntate, i sessant’anni della
Radio Italiana. Ernesto Bonino, che qui si esibisce in un gustoso medley in coppia con
un Narciso Parigi decisamente in forma, è fuori dalla scena musicale ormai da più
vent’anni. Si limita, di tanto in tanto, a fare qualche apparizione in Tv e alla Radio,
ricordando i bei tempi che furono e cantando, talvolta, qualche pezzo forte del suo
repertorio. Eppure, appena lo si sente cantare, non si può fare a meno di venire rapiti da
quel suo modo accattivante di intonare una melodia, da quel suo trascinante senso del
ritmo, da quella sua voce sorridente (che qui, come lui stesso ammette, scusandosi,
appare un po’ rauca, ma si tratta di un rauco piacevole, quasi simile a quello dei grandi
jazzisti statunitensi), che strizza l’occhio agli ascoltatori, invitandoli a canticchiare
insieme a lui.
Ernesto Bonino e Narciso Parigi nella trasmissione televisiva
Cari amici vicini e lontani (1984).
Basterebbe questo per ricordare e far rivivere Ernesto Bonino: un signore con
una folta chioma di capelli grigi che canta quattro brevi incisi e che vi fa venire voglia
di riascoltarlo subito, senza mai annoiarvi. Ed è proprio così che è stato. Bonino ha
avuto una carriera italiana relativamente breve: sei anni, dal 1941, anno in cui fece il
suo debutto ufficiale ai microfoni dell’Eiar, al 1947, anno in cui partì per il Sud
America, rientrando solo per brevi occasioni in Italia. Sei anni, di cui quattro di guerra,
sono bastati per consegnarlo alla storia della Canzone Italiana e per far che l’Italia
intera impazzisse per lui, per i suoi motivi, melodici o swinganti che fossero, per i suoi
concerti (diretto dalla meravigliosa bacchetta di Alberto Semprini), durante i quali
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gruppi di giovani ammiratrici cercavano di afferarlo per tagliargli un ciuffo di capelli o
un pezzo di camicia, quasi a mo’ di reliquia.
Sei anni bastati a far si che ogni volta che rientrava in Italia fosse un tripudio di
celebrazioni: la RAI gli dedicò un’apposita rubrica radiofonica per ogni rientro Canta
Ernesto Bonino (1952), Canzoni di un giramondo (1956), Bentornato Ernesto Bonino!
(1959) mentre Garinei e Giovannini lo vollero all’interno della commedia musicale
La granduchessa e i camerieri, dove, in un’Italia festivaliera fatta di colombe che
volano, di tristi viali d’autunno e di platani che mormorano, riuscì a far decollare la
famosissima O Baby kiss me.
https://www.youtube.com/watch?v=Q-DHJIBb8Ps
Per altri non fu così. Tanti suoi pur bravi colleghi, a cominciare da Silvana
Fioresi (con un cui ebbe una chiacchierata storia d’amore), nel dopoguerra vennero
messi in disparte dalle nuove leve della Canzone Italiana: Nilla Pizzi, Luciano Tajoli,
Giorgio Consolini, Claudio Villa, Carla Boni, Achille Togliani andarano molto
velocemente a sostituirsi a Dea Garbaccio, Otello Boccaccini, Michele Montanari, Lina
Termini, Alfredo Clerici. E passarano anni prima che qualcuno, sull’onda del revival, si
ricordasse di questi importanti protagonisti della scena musicale degli anni Quaranta.
Per Bonino invece non fu così: a un Festival di New York dei primi anni
Sessanta riuscì addirittura a conquistarsi un terzo premio lasciando al palo cantanti ben
più noti come Miranda Martino, Gino Latilla e Fausto Cigliano. Finì anche lui
imprigionato nelle kermesse festivaliere: nel 1962, cantò a Sanremo Gondolì Gondolà,
una canzoncina non tra le migliori composizioni di Carosone, che tuttavia si piazzò al
terzo posto. Anche questa volta, Bonino interpretò il motivo, benchè lontano dalle sue
corde, con molto garbo e grande eleganza. Sì, perché Bonino, e si può notare anche dal
video, era un gran signore, un gentleman, come sicuramente gli sarebbe piaciuto essere
definito.
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Due piccole curiosità: si deve a Ernesto Bonino il lancio della famosissima A
Zonzo, canzoncina tratta dal film I diavoli volanti, che diventerà nel dopoguerra il tema
di apertura delle comiche di Stan Laurel e Oliver Hardy, con Ollio che, magnificamente
doppiato da Alberto Sordi, intona: “Guardo gli asini che volano nel ciel...”.
Si deve ad Ernesto Bonino anche il lancio di un grande musicista come Lelio
Luttazzi: fu durante un tournée a Trieste, nel ’43, che lo notò mentre si esibiva con un
complessino universitario. Rimasto affascinato da quel pianista di talento, gli chiese di
comporgli un brano. Luttazzi scrisse Il giovanotto matto. E scusate se è poco.
https://www.youtube.com/watch?v=sqXUmjZMqvY
Lea Vergesi
Sono da sempre, per motivi sia di età che di tradizione familiare, un’ammiratrice
sfegatata delle Sorelle Lescano (i miei amici francesi direbbero che sono una loro “fan
inconditionnelle”…). Mi interessa moltissimo la loro vicenda umana (ben inteso solo
quella veritiera, ricostruita dai nostri bravi ricercatori sulla base di documenti d’epoca
inoppugnabili e testimonianze degne di fede) e mi piacciono da morire tutte le canzoni
che hanno inciso; mi fanno però letteralmente dare di matta le loro canzoni (per fortuna
in maggioranza) venate di buon vecchio jazz, quello carico di swing e trascinanti ritmi
sincopati. Se qualcuno pensasse che sto esagerando circa la mia “lescanofilia” lo invito
ad andare a rileggersi la recensione che buttai giù a caldo nel 2010 dell’osceno
scemeggiato televisivo Le ragazze dello swing, recensione che venne poi pubblicata
nelle Notizie del 30 Settembre di quell’anno.
Stando così le cose, è del tutto naturale che io ammiri in egual misura anche
Ernesto Bonino. Sappiamo bene infatti che, negli ultimi due anni di attività in sala
d’incisione delle Lescano, alle dipendenze della Cetra-Parlophon, egli fu il cantante
solista più presente accanto a loro, nonché quello il cui stile brillante e così ben ritmato
meglio si sposava con l’anzidetta verve jazzistica, per me irresistibile, del magico Trio.
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Dicendo questo, è ovvio che non intendo minimamente sminuire il valore degli altri
cantanti (più di quaranta!) che incisero canzoni con le Lescano, e mi riferisco in
particolare al “veterano” Alberto Rabagliati, che in fatto di swing e senso del ritmo
(nonché di prestanza fisica) era allora senz’altro in grado di rivaleggiare alla pari con la
“mascotte” Bonino, più giovane di lui di ben 16 anni.
Alimentata dai tanti dischi incisi dal bell’Ernesto tra il ’41 e il ’47 e regolarmente
acquistati dai miei genitori, la mia ammirazione per lui fu sempre al top fino alla sua
partenza per l’America, dove rimase un decennio abbondante. Durante questo lungo
periodo non seppi praticamente quasi più nulla di lui, ma, quando me lo ritrovai di
fronte nel ’62, al Festival di Sanremo, feci fatica a riconoscerlo: fisicamente non era poi
così cambiato, anche perché aveva solo quarant’anni, ma la voce, quella che mi
appariva cambiata, e non certo in meglio! Ad aggravare le cose c’era anche il fatto che
gli avevano appioppato una canzone quanto mai melensa, del tutto inappropriata ai suoi
mezzi vocali. Questa mia delusione è stata tuttavia in parte mitigata in anni recenti,
quando sono state rese disponibili su YouTube molte incisioni boniniane realizzate in
Sud e Nord America: onestamente non tutte mi piacciono, ma quelle che a mio parere si
salvano rivelano ancora la grinta di Bonino, sia pure con la voce alquanto arrochita e
priva ormai di quella deliziosa freschezza che la rendeva un tempo assolutamente
unica.
Sono troppo severa? Forse. Ma mi dico che in fondo la parabola artistica di
Ernesto Bonino è quasi la regola tra i cantanti di musica leggera: sono in effetti
pochissimi quelli che conservano nel tempo lo smalto dei primi anni di carriera, che
sono poi quelli che ne hanno decretato il successo. Tra questi privilegiati metterei
Alberto Rabagliati, Carlo Buti (che pure era un fumatore incallito: ma è incontestabile
che le sue ultime incisioni, realizzate in Brasile nei primi anni Cinquanta, non sono
meno pregevoli di quelle dei suoi anni d’oro), Natalino Otto, il Quartetto Cetra e alcuni
altri, meno noti. Per contro altri cantanti leggeri, con un inizio di carriera sfolgorante,
col passare degli anni hanno perso almeno per me ogni attrattiva, al punto che,
dopo un certo anno, non riesco più ad ascoltarli. Penso, giusto per fare un paio di nomi,
a Oscar Carboni e a Luciano Tajoli.
E le nostre Lescano, come avranno cantato nel primo dopoguerra? Mi piacerebbe
tanto saperlo, ascoltando qualche loro interpretazione di quegli anni, in particolare
quand’erano in America Latina, con la Bria al posto di Caterinetta. Sfortunatamente
non è stato finora possibile, malgrado le tante ricerche intraprese, recuperare alcunché.
Magari è il destino che ha voluto così, affinché, pensando alle Lescano, ci tornino in
mente solo qualcuna delle meravigliose 345 incisioni discografiche che ci hanno
lasciato in eredità.